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Avvoltoi

Ho pagato il biglietto. 12/5/2010

Teatro Comunale di Bologna, 11 maggio 2010 - sera

Indistinto Sig. Bondi,DSC02055

indistinto Sig. Tutino,

siamo qui riuniti, e siamo tanti, come spero temevate, per celebrare insieme (noi) la Musica, il piacere/dovere di farla, il diritto di ascoltarla.

Siamo in questo teatro con fotocamere, telefonini accesi, striscioni e fischietti, ma non perchè ci abbiano dirottati dallo stadio: siamo pienamente consapevoli del luogo sacro che ci ospita e che, prima delle vostre brutte facce pallide, prima dei vostri sguardi vacui, ha conosciuto bacchette illustrissime, musicisti degni del più lungo applauso, come anche lo sono i nostri, oggi. Personalità tali, miei indistinti signori, che se davvero doveste fermarvi a pensarci su, il vostro pallore si acuirebbe in modo così preoccupante che l'unica soluzione sarebbe nascondervi, rispettivamente, sotto le gonne dell'amato bene e giù giù nel pastrano di pelle nera, fino a non farvi più vedere dal mondo.

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Ed è su questo che stiamo contando tutti, stasera: che abbiate un residuo di vergogna da spendere nella maniera corretta.

Vergognarvi dovreste, dell'indolenza con la quale state calpestando secoli di tradizione culturale, vite intere affogate nello studio, nell'amore per il pentagramma e la magia che questo può accogliere. Avete presente, il pentagramma? Quelle cinque righe parallele, su! No? Pazienza, me l'aspettavo.

E, ancora,  vergognarvi dovreste per il vilipendio che quotidianamente operate sul nostro diritto di arricchirci non già tramite semplice denaro frusciante, ma attraverso uno dei migliori doni del genio umano.

 

Ecco, se poi, nel mentre vi vergognate moltissimo e giustamente di essere due povere anime aride – nonostante la sua sedicente attività di poeta, indistinto sig. Bondi, che tutti ci risparmieremmo volentieri – vi incamminaste lentamente ma inesorabilmente fuori dalla scena pubblica italiana (almeno), in modo che le generazioni future non debbano sapere della vostra esistenza se non come comparse in qualche favola paurosa, sarebbe gran cosa.

 

Per chiudere, indistinti signori, vorrei regalare un sonetto a quello di voi che tanti ne ha regalati in giro, e salutare con pochissima cordialità l’altro, quello che si aggira per le strade si Bologna spesso corrucciato, col pastrano al vento, sempre (purtroppo) accompagnato dalla bella gnocca di turno.

 

Sonetto di chiusura:

A Bondi

 

Crapa pelata

Servo accomodante

Lacrima forzata

Grandissimo ignorante

 

 

Nella speranza che la vostra era disgraziata veda presto la fine,

Luigia Rovito  ( tratto da http://ecosabevi.splinder.com/ )



permalink | inviato da donquixote65 il 12/5/2010 alle 16:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Le caramelle degli sconosciuti

Ho pagato il biglietto. 7/11/2009

E'sera, l'ora legale appartiene al passato, fa un freddo cane, pioviggina e quasi riesci a sentire il richiamo del Ciobar dallo stipetto in cucina: “....preparami......preparami.......”

Cosa ti fa decidere di schiodare le terga dal divano, procedere ad un veloce restauro ed avviarti in teatro per non perdere il concerto di stasera? Quel frìccico che rende speciale questo rito è traducibile con un concetto apparentemente semplice: amore per la musica, con tutto ciò che comporta.

Certo, può non bastare. Andare ad ascoltare un concerto non equivale necessariamente a riuscire ad ascoltare un concerto.

Un esempio: è venerdì 1 febbraio 2008, il Teatro Manzoni si riempie di abbonati e non. Per il momento, faccio ancora parte dei “non” e mi accomodo in balconata, secondo ordine. Con una sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco, guardo sfilare i vicini che il destino mi ha regalato per quella sera: una scolaresca liceale, i ragazzi hanno i capelli dritti e le ragazze sembrano uscite da un giornaletto a luci rosa. Il concerto sta per iniziare, una voce incorporea prega di controllare l'effettivo spegnimento dei telefoni cellulari: gli studenti-cucuzza che mi circondano, ed infestano anche le balconate di fronte, captano il messaggio a modo loro. Controllano sì i telefoni, ma che siano accesi. Inizia un valzer di sms da una balconata all'altra, con contorno di risatine e sguardi ammiccanti. Dopo essermi fatta rovinare l'ascolto della Suite dall'opera Der Rosenkavalier di Richard Strauss, compositore tra i miei preferiti, decido che ça suffit!  Aspetto l'intervallo e con pericolosa calma e sguardo raggelante, mi avvicino al genio che ha avuto l'ideona di avvicinare i gggiovani alla musica a calci nel culo: la prof. accompagnatrice. Le faccio presente quanto segue: “Professoressa, i casi sono due: o allontana questi quattro ignoranti in preda al ballo di San Vito, o mi rifonde lei stessa il biglietto di stasera.” La poveretta si scusa e cancella dalla mia vista i giovinotti incriminati.


Per essere onesti, però, non sempre il problema è ascrivibile a individui appena maggiorenni: spesso e volentieri sono invece proprio le grandi signore, i cui capelli fanno pendant con il colore delle poltrone, a renderti la serata difficilissima.

Dopo aver assunto i loro profumi fortissimi per via orale, in modo da essudarli al momento giusto, si accomodano con “l'amica del teatro”e iniziano a tagliare e cucire i fatti di tutti i parenti, conoscenti e semplici passanti. Non sempre l'ingresso del direttore, per loro, significa zittirsi e concentrarsi sulla musica. Per amor di dio! Vuoi mica disturbare il fondamentale resoconto sulla nuova pelliccia maculata della signora C.? Se ti volti per chiedere silenzio, poi, ti guardano con l'indignazione di un animalista al mattatoio.


Una scena da premio è stata quella della moglie premurosa che nel bel mezzo del concerto ha pensato di sfilare gli occhiali al marito per pulirli. Il malcapitato ha fatto un balzo sulla poltrona e l'ha guardata attonito, dando voce senza mezzi termini al delicato pensiero: “Non vedo più un cazzo.”


Alla dama che sceglie un pianissimo per scartare rumorosamente la classica caramella di sostegno, poi, vorrei dire che:

a) presenziare ai concerti di musica classica non è un obbligo, e

b) esistono caramelle già scartate, commercializzate in comodi pacchetti apri e chiudi, ideali per tutte le occasioni, anche laddove si richieda un minimo di rispetto per chi vorrebbe tanto ascoltare musica in santa pace.


Infine,coloro i quali si alzano e vanno via appena parte l'applauso finale, trarrebbero sicuramente un buon insegnamento dall'immaginare la stessa scena applicata alla propria attività professionale. Che so, l'avvocato penserà a cosa può essere vedere svuotarsi l'aula appena terminata la tanto studiata arringa; il chirurgo immaginerà i parenti del paziente girargli le spalle subito dopo aver loro comunicato che “è andato tutto bene”; la casalinga gusterà la soddisfazione di una famiglia che si alza da tavola in silenzio dopo un pranzetto che ha richiesto una lunga ed amorosa preparazione.

Ecco,signori, il fast-food della musica classica non è previsto: chi sta sul palco e si impegna per noi, merita almeno un ringraziamento.

Queste persone e i loro comportamenti da presuntuosi riccastri, avrebbero ben più ghiotte occasioni per manifestare la propria buona educazione. A casa propria, ad esempio, in modo da non disturbare il prossimo, come anche in simpatiche riunioni tra simili, durante le quali i signori uomini potranno intrattenere le delicate signore con un po' di gas intestinale e un accendino. I Vanzina insegnano.

Ah, l'attività illecita di scartamento selvaggio di caramelle potrebbe trovare consona collocazione durante una qualsiasi puntata di “Porta a Porta”.

                                                                            Luigia Rovito  




permalink | inviato da donquixote65 il 7/11/2009 alle 19:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Giù le zampe dalla poesia!

Ho pagato il biglietto. 14/6/2009

Ero ancora molto piccola, quando le prime note di musica classica arrivarono alle mie orecchie.

Era mio padre: con i suoi grandi dischi neri, suonati a tutto volume,riempiva il salotto di casa di una musica meravigliosa e difficile,trasformandolo in luogo esclusivo, inaccessibile.

Di quei tempi ormai lontani, ricordo con precisione la sua voce “raccontarmi” la Sesta Sinfonia di Beethoven, l’indice verso l’alto, a sottolineare i passaggi più importanti. Io non lo sapevo ancora, ma già mi stavo innamorando di quella magia.


Uno dei primi concerti visti dal vivo, l’ho segretamente dedicato a lui, che da pochissimo ci aveva lasciati. E’ stato il mio ringraziamento per il suo grande regalo, è stato chiedergli scusa per aver mollato il Conservatorio. Non avevo capito quale possibilità voleva offrirmi.

Una cosa è certa, comunque: la gamma delle mie emozioni sarebbe molto meno ampia, se non avessi goduto e non godessi, ogni giorno, del genio dei compositori.


Oggi,guarda, alle volte, il caso, sono la compagna di un musicista. Durante il nostro primo incontro, gli chiesi di “non rovinarmi la poesia” con rivelazioni sul lato tecnico della sua professione.


Non era la persona giusta alla quale porre la domanda.


Mentre scrivo, mentre lui fa il suo dovere con tutto l’impegno del caso,sono altre le persone che si dedicano alla sistematica disintegrazione di secoli e secoli di arte, genio, tormenti e poesia.

Lo fanno guardando in giù dal piedistallo dei loro titoli altisonanti,pienamente immeritati: Maestro, Professore, Pregiatissimo Sovrintendente, senza pensare un solo momento a ciò che potrebbe determinare la loro opera scellerata.


Se proprio non li commuove la prospettiva di famiglie senza più un reddito fisso, se proprio non li tocca lo scempio che farebbero, di tutti gli anni di studio dedicati da ogni professore d’orchestra al proprio strumento, questi campioni del buco nel bilancio dovrebbero almeno tremare come foglie, davanti a una qualsiasi partitura e vergognarsi della nonchalance ostentata mentre si arrogano il diritto di svilire composizioni immortali. Potrei testimoniare davanti alla Corte Suprema ciò che ho visto fare più di una volta: il Sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna, intento a inviare messaggini dal cellulare acceso, durante una recita (un palco in terz'ordine consente spesso visuali molto interessanti, basta un po' di attenzione).

Chi, ancora, si stupisce di questi comportamenti, scandalizzandosene, potrà agevolmente trovare la spiegazione necessaria a calmare i nervi, considerando perché certa gente si permette di sbeffeggiare l'altrui  impegno, pur accettando di comparire in veste di Capo Baracca: tutto avviene in nome di una poltrona, in onore all’unico capolavoro concepito come tale, il $oldo.


Il mio piccolo punto di vista, è quello di chi, durante un concerto,sta seduto comodamente e viaggia su ogni nota. Non sono sicura possa interessare a uno qualunque dei signori succitati. Anzi, sono certa che non getterebbero un attimo del loro prezioso tempo, per ascoltare le ragioni del pubblico. Si barricherebbero nei rispettivi uffici-bunker, nell’attesa che il comune mortale e le sue argomentazioni da zero Euro si decidessero a togliere il disturbo.

Il vero disturbo è, udite udite, causato dalla loro grettezza d’animo e acume di denti.

Siamo noi, a doverci mettere di buzzo buono e aspettare che lor signori prendano la sola decisione sensata della propria vita, la sola che strapperebbe una standing ovation in loro onore, a un’audience che,diversamente, non dedicherebbe al loro millantato talento la minima attenzione: salutare indistintamente e tornarsene a casa.

Basterebbe poco: un bell’inchino e “Sipario!”. No, no...niente bis, per carità!


Luigia Rovito








permalink | inviato da donquixote65 il 14/6/2009 alle 20:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa